ANIMULAE VAGULAE BLANDULAE. 27 GENNAIO: PER NON DIMENTICARE

Il 27 gennaio, da 72 anni a questa parte, la Storia torna a sedere alla cattedra delle nostre coscienze e ci mette ancora dinanzi alla sua più severa lezione: quella relativa alla vergogna, allo sdegno per una delle pagine più drammatiche del secolo scorso. Ogni 27 gennaio essa torna a valutarci, a chiedere di fermarci e osservare, riflettere, ponderare quanto di quella lezione abbiamo capito e quanto continuiamo ad esserle indifferenti. ”27 GENNAIO, GIORNATA DELLA MEMORIA. PER NON DIMENTICARE” è lo slogan che, da alcuni anni, accompagna questa ricorrenza: un monito forte certamente, ma per chi? O, ancora peggio, a quale scopo? A che serve ricordare, non dimenticare se domani già sarà passato? Forse perché abbiamo già dimenticato? Non del tutto, finché abbiamo quei pochi testimoni superstiti e la cultura ad affrontare un tema che a molti risulta ancora ostico, ma qualcosa sta mutando nella sensibilità degli individui, avviandosi un lento processo di damnatio e oblio della memoria.
Rimane difficile anche a chi scrive trattare un argomento così delicato, dai mille risvolti, per non cadere nel banale, nella eccessiva vittimizzazione o accusa, per cercare di dare giustizia e dignità a tutti, perché se è vero che l’orrore fu perpetrato a danno principalmente degli ebrei, è altresì vero che le vittime furono anche oppositori politici, omosessuali, malati, deformi e poi loro, i civili, vittime innocenti della follia di un uomo, che è stato capace di terrorizzare per sei eterni anni l’Europa intera. Si rende necessario ricorrere a quelle testimonianze per il valore intrinseco che contengono e che assumo un impatto maggiore allorché a narrare gli eventi sono persone che li hanno vissuti direttamente.
Ho deciso di frugare tra i testi e le pellicole in cerca di personaggi, emozioni e paure e ho voluto raccogliere le loro testimonianze impostando un’intervista (del tutto immaginaria) con loro.
Ida (La Storia), Cesira (La Ciociara), Giorgio e Micol (Il giardino dei Finzi-Contini), Gabriele e Davide (Una giornata particolare, La finestra di fronte).

Ho incontrato Ida nella clinica dove era stata rinchiusa nel ’54. Quanto è invecchiata e che gran pena per lei.
Ciao Ida, voglio partire da te, che sei sempre stata così remissiva, omertosa, smarrita tra le tue stesse paure. Voglio chiederti subito: c’è mai stato un momento di gioia nella tua vita?
I: Mai, lo sai. Non ho conosciuto la felicità; non l’avrò meritata! Provai sollievo e questo avvenne quando, il 4 giugno, ci annunciarono che durante la notte gli Alleati erano entrati a Roma e il mio Useppe era così contento che non potevi non sorridere con lui: <<mààààh!! I Lamemicani>>. E d’improvviso un grande clamore si levò per le strade, come fosse Capodanno. Un incubo era finito, eppure mi rattristai, disperata da ciò che ci avrebbe atteso da allora.
E il momento più difficile in quei mesi di occupazione?
I: Fu soprattutto il bombardamento. Quel giorno di luglio faceva caldo e gli Americani lanciarono le prime bombe. Dove colpirono? A San Lorenzo, ovviamente! Ricordo questa forte esplosione e una nuvola di polvere che respirai tutta. La confusione regnò sovrana e ci muovemmo tutti allo sbaraglio, senza riflettere, non ne avevamo il tempo. Detriti, morti, urla: l’Inferno. Volevo solo salvare il mio bambino. Non ce l’aspettavamo e mai avremmo potuto credere che Roma, la città del Papa, potesse essere un bersaglio. Pio XII minacciò punizioni divine a che avesse leso la città e dichiarò Roma ”città aperta”. Cosa significava? Bo! Davide mi spiegò che per evitare una rappresaglia in città il pontefice aveva stabilito che Roma non era né dei tedeschi, né degli Americani, né di nessuno. Pure il re se ne era andato dopo l’Armistizio. Che senso avesse Davide non lo sapeva: era come lasciare la porta di casa aperta a tutti. Poi…
-La violenza subita?
I: No, quella la vissi con tale indifferenza. Parlo della paura che iniziai a provare dopo il rastrellamento al Ghetto. Era ottobre, se non sbaglio. Anche lì di notte; accerchiarono il quartiere e portarono via tutti: uomini, donne, bambini. I vecchi e i malformati li buttavano direttamente in strada, come bestie rognose. Il fatto che più mi avrebbe fatto riflettere fu l’atteggiamento della stampa: ”Il Messaggero” parlò della riapertura delle scuole l’8 novembre, ma non accennò a quegli ebrei portati via (dissero poi che sull’ordine la destinazione fosse ignota). Eppure in città le voci circolavano.
Avevo paura. E molta. Sono mezza ebrea e non si capiva per quelli come me quale fosse la sorte. Anche Useppe, povero figlio, era di razza mista. Ebreo e, ironia della sorte, germano da parte di padre. Nessuno parlava o sapeva se fossimo segnati come gli altri. Volevo parlarne a Davide, che sospettavo fosse giudeo come me, ma a quei tempi si aveva paura anche di respirare. Vivevamo insieme, condividevamo quella costante paura, quella dell’attimo, hai capito? Ora stiamo qui e dopo un attimo…buio. Come avvenne quando cadde la bomba: bastò mezzo secondo a spazzare via un quartiere, delle vite e l’esistenza di tutti noi, costretti come sorci a vivere negli scantinati. Non dormivo. Non toglievo neanche i vestiti, pronta così ad ogni eventuale fuga e sapessi come giravo per la città. Se non c’era motivo che dubitassero delle mie origini, di sicuro il mio atteggiamento li avrebbe insospettiti. Maledetta ansia.
Hai rivisto, dopo la guerra, qualcuno di tua conoscenza?
I: Mai e questo mi rammarica e intristisce. Ho tanto cercato la signora Di Segni, sai quella che inseguii quel giorno fino ad una stazione di periferia, solitamente riservata alle truppe. Quel giorno qualcosa non andava. Che scena penosa e straziante! Ecco dove portarono quelle povere anime. Quanto urlai per farmi sentire! Cercai di fermarla urlando di essere ebrea (che razza di deficiente che fui, esponendomi in quel modo, in mezzo alla strada), ma lei proseguiva spedita, e si avventò contro quei vagoni, tentava di aprirli e continuava a chiamare a squarciagola ”Settimio…Angelino, Manuele, famiglia Di Segni”. Tornavano indietro gemiti, urla. Faceva molto caldo. Qualcuno, forse, dei suoi le urlò di andarsene o avrebbero catturato anche lei, ma nulla da fare. Ecco di lei mi piacerebbe avere notizie e l’ho cercata! Anche di Davide, Santina… di loro solo il ricordo e questo fa male al cuore, come tutto ciò che avvenne poi nella mia vita.
Ecco, la bella Cesira, altezzosa, fiera, energica: una donna che vede sempre avanti, per la quale ciò che conta sono i suoi obiettivi. Sta lavorando, nel suo alimentari e già mi ha comunicato che non ha tempo da perdere. Le chiedo subito cosa pensi lei della guerra.

CESIRA: Eh, caro mio, la guerra è tutta una scommessa. O vivi tu… o pensi agli altri. Non c’è posto per la pietà. Devi tirare fuori il carattere. La vita non la dai per nessuno, solo per i figli. Io me ne sono scappata in Ciociaria per salvare ‘sta figlia mia, ma a che è servito? Non c’hanno preso i tedeschi, i fascisti, le bombe… c’hanno acchiappato li marocchini. Avessero avuto il buon senso di lasciare stare almeno Rosetta mia! Me l’hanno fatta diventa donna in mezzo alle macerie, davanti a Dio che doveva fulminarli ‘sti zozzi puzzolenti, perché na ragazzina nun se tratta così. E troppo c’è voluto per farla riprende.
Stavi tornando a casa?
C: sì stavo a tornà a casa mia, se si può chiamare così quel bugigattolo che a stento s’è tenuto in piedi sotto le bombe. Dovevo andarmene da quel posto. Faceva male stare lì e non potevo far crescere in mezzo a quei rozzi la mia bambina. Lei deve fare la signora. Che croce se deve portà e ancora nun me la perdona. A noi della guerra nun ce fregava niente. Fanculo a tutti.
E i morti?
C: ce so sempre stati. Me dispiace per quei poveri disgraziati che hanno massacrato in quel modo in quella grotta…lì, come si chiama.. alle Foibe. Potevano essere figli miei. Eppure…
Non spinga la sua cattiveria oltre.
C: La cattiveria non è questa. Voi non l’avete vista. Non avete sentito le bombe schiantarsi al suolo, i pianti dei bambini. Non avete patito la fame, vissuto come animali. Non avete dovuto sostenere un vecchio padre che vedeva suo figlio sparire accompagnato da alcuni soldati nemici. Ma che ne sapete. Una cosa sola ricordo ”bella” della guerra: l’unione. Non c’erano più ricchi, poveri, borghesi o contadini; c’eravamo noi, persone che si aggrappavano fino allo stremo per non soccombere, per non lasciare che ci togliessero quel residuo di dignità. Uniti, ma non complici, anzi. Ha ragione Ida: bisognava stare attenti ad aprire bocca e a chi chiedevi aiuto? O contraccambiavi o potevi creparci. Ecco la fratellanza cristiana.
Ghetto di Roma, è quasi sera. Davide e Gabriele mi attendono su una panchina. Saluti e salamelecchi vari e si discute del più e del meno. Quando apro il discorso, Davide inizia ad agitarsi, a guardarsi intorno per paura che non ci sentissero. Gabriele, gambe accavallate e sigaretta in bocca, se ne stava lì sereno e un poco divertito.

Parla pure liberamente Davide, non devi temere…
D: Pensi che io non debba avere ancora paura? Avete gli occhi per vedere che state facendo? Sono vecchio e se allora facevo schifo ora appaio ridicolo. Pensi che io sia ridicolo o strano o un alieno?
Non penso minimamente nulla di tutto ciò.
Ero ebreo e un deviato. Ero il peggio che potesse loro capitar. Ero solo, perché non avevo nessuno a cui confessare i miei sentimenti, a cui poter solamente rivelare il mio reale essere. Ho vissuto una vita di menzogne, perché non capivano e non capite neppure oggi. Siamo malati per voi. Una radice da estirpare e dare alle fiamme. Vi sentite tanto liberi, sfrontati e in questo vi ammiro, ma avete sempre da lagnarvi, come se il mondo intero ce l’avesse con voi. Io e Simone eravamo invisibili e dovevamo esserlo, ma tornavamo ad essere noi stessi guardandoci negli occhi, vivendo quei pochi istanti fatti di baci fugaci, carezze tremanti, desiderio. Simone. Avessi salvato lui; avessi avuto la forza della signora Di Segni di correre alla stazione, urlare ”sono ebreo” come Ida e farmi prendere. Non lo avrei lasciato solo; non sarei rimasto solo.
-Stai dicendo di esserti pentito di aver salvato tutte quelle vite?
D: No, questo mai. Lo dissi anche a Giovanna, quel giorno: era il mio riscatto contro la loro indifferenza, il loro pregiudizio. Lo facevo per egoismo e il prezzo che ho dovuto pagare è stato alto, troppo alto.
Ricordo cosa dicesti a Giovanna, quel pomeriggio:”L’indifferenza, questa è la vostra malattia, siete cieche, sorde! Vi hanno rimbambito con la loro propaganda!” e poi ti sei contraddetto con quanto affermato poco fa:”Non è per me che ho paura, io non posso fare più niente, lei invece può ancora scegliere, può ancora cambiare, Giovanna…Non si accontenti di sopravvivere, lei deve pretendere di vivere in un mondo migliore, non soltanto sognarlo… Io non ce l’ho fatta!”.
D: Dove sta la contraddizione? Non provo paura per me, ma rancore, un senso di umiliazione, come se il colpevole dovessi essere sempre io, quando il problema siete voi, bestie cieche, stupide cavie da laboratori. Pendete dalle bocche di quegli sciacalli e non ve ne frega niente se non del vostro tornaconto. La mia vera paura è questa: l’aver rinunciato a tutto, lottato contro una chimera per evitare che doveste ancora morire soffocati, per non farvi vivere come noi. La mia paura è che quel mostro assopito ritorni più famelico di prima e vi inghiotta, perché siete deboli perché stavolta vi travolgeranno tutti! Cercate ideali morti, pretese assurde! Avanzate diritti che sussistono solo nei vostri sogni. Siete talmente idioti che state vendendo la libertà per tornarvene nelle vostre prigioni naturali. Ho perso Simone per vedere questo schifo? Siete automi. Noi eravamo numeri, voi siete un solo numero. Era il ’43, oggi è il 2017 e ancora vi fate abbindolare dalla propaganda. Abbiamo fallito tutti: carnefici, vittime, sopravvissuti e civili. Abbiamo rinnegato e nascosto, non volevamo vedere e non vogliamo ancora vedere ed ora che la Storia è andata avanti quello è divenuto solo un documento d’archivio; avete altro a cui pensare.

GABRIELE:Vi osservo e mi divertite. Avete il mondo nelle vostre mani ma non lo sapete sfruttare al meglio. Concordo con Davide: noi passavamo per ridicoli, ma voi? Spacciate diritti come un qualsiasi narcotrafficante spaccia droga. Usate paroloni ed eufemismi come se la fonte della conoscenza risiedesse in voi. ”Conosci te stesso” diceva l’oracolo! Vi spaventa, vero? Torri d’avorio dove ripararvi, questo sapete costruire; castelli di momenti, di buone intenzioni e giuste leggi, che sbandierate con la stessa arroganza con cui rinnegate la vostra ignoranza.
Dalle vostre parole emerge l’odio che ancora provate…
G: Odio? No, non possiamo provare odio, perché quello abbiamo visto sin dove è capace di arrivare. Sono stanco, arrabbiato. Non trovo un posto, un tempo che siano adatti a me, alla mia persona. Non voglio essere remissivo o vergognarmi di amare un uomo. Cosa vede la gente di male? Manco dovessero camparci loro. Era così allora e lo è, purtroppo, ancora oggi. Sono stanco. Volevo morire, dovevo morire…
Ma un pappagallo ti ha cambiato la vita…
G (ridendo): Già! Quel pennuto… dolce Antonietta: la prova che puoi nascondere ciò che sei quanto ti pare, ma non ha senso vivere nei panni di qualcun altro, ti senti a disagio e, disagio per disagio, a questo punto scelgo di vivere a modo mio. Vivere sì, perché soccombere avrebbe significato dargliela vinta, ammettere a me stesso per primo di essere diverso. A me bastava essere lasciato in pace.
.Antonietta che fine ha fatto?
G: Non lo so. Il confino, la guerra: in questi casi le vite si intrecciano, si fondono e poi si abbandonano e non ne resta che un dolce ricordo, che scioglie l’amaro sapore di quelle tenebre. In fin dei conti posso ritenermi fortunato, avrebbero potuto mandarmi in quei posti. Invece me ne sono stato in Sardegna, bandito e solo, come sempre… me stesso.
A Ferrara è primavera. Entro in questo modesto palazzo e vengo condotto nel giardino. In uno studio, Alberto raggiante accenna un saluto. Che gran signore! É con un suo amico. Ricambio e proseguo. Giorgio e Micol mi attendono al campo da tennis. Ci accomodiamo e dopo brevi presentazioni e soliti cerimoniali, mentre esprimevo il mio parere sulla casa e sulla città Giorgio aprì il discorso:

G: Fuggimmo da Ferrara frettolosamente. Ricordo a stento come era prima. Non ebbi neanche modo e tempo di imprimermela nella mente. Restammo via a lungo e un bel giorno la guerra finì. Era finita e s’era portata via tutto: la spensieratezza, la gioventù, i sogni, le belle giornate d’estate al parco del palazzo dei Finzi-Contini e si portò via pure loro: Alberto, amico mio, coi suoi solitari pensieri e segreti e Micol, la mia Micol, il primo amore. Non ho nulla di loro, nemmeno una foto. Solo quel giardino resta e il mio rammarico: impazzisco al pensiero di lei in mano a quei balordi; mi strugge l’idea che possa essere morta in una camera a gas, da sola, impaurita, cosciente che non avrebbe rivisto il sole, ma, cenere, lo avrà raggiunto in fretta, divenendo parte di quella stella luminosa. Spero che Alberto sia morto prima di mettere piede in quell’inferno. Non ricordo quasi più i loro volti, le loro voci, ma credo sia normale. È la guerra, ci ripetiamo. Tutto è lecito, tutto è barbarie. Si sopravvive e non abbiamo più sentimenti per nessuno. Si diventa indifferenti e lo eravamo stati già allora, sottovalutando il problema, pensando che, sebbene esistessero delle leggi razziali, mai e poi mai avrebbero colpito noi. Il male era fuori dall’Italia, nella lontana Germania, fuori da Ferrara, fuori dal giardino dei Finzi-Contini. Il nostro problema non è dissimile dal vostro: sottovalutiamo le cose. Siamo creduloni, ottusi e tutto, finché non ci tange, è per noi pura finzione, irrealtà. Eravamo giovani, ma non dovevamo abbassare la guardia. Dovevamo essere più lucidi e capire dapprincipio che quel Mussolini non era un ”salvatore della Patria”, che Hitler era un folle, maniaco, degenerato. Non eravamo pronti e nelle notti sento i gemiti di quella gente che non ha fatto più ritorno: come ci hanno ridotto? Cosa siamo diventati? Numeri, senza identità, senza dignità, fuggiaschi prima e vagabondi poi, in quell’esodo del ritorno che fu più infernale della prigionia. State attenti, affidatevi a noi che abbiamo vissuto quell’orrore: aprite gli occhi! Non permettete a nessuno di privarvi della vostra libertà, perché questa è vostra di diritto. Abbiamo voluto un mondo migliore e, forse, abbiamo fallito, ma non credete alle fandonie di quei pochi proseliti di questi pazzi. Riprendete il controllo, lottate per i vostri ideali: fatelo per voi stessi e per rispetto a tutti coloro che vi hanno regalato una vita senza paure, senza freddo e senza fame. Non lasciate che la morte loro e dei loro successori, di tutto il mondo, resti solo un fatto storico su un testo di storia. Siate voi la Storia.
Micol, hai rimpianti?
M:No, perché? Ho vissuto una bella vita, forse breve o forse tutto quello che avevo di meglio da offrire l’ho donato allora. Sarei stata una persona normalissima, ma non so se fosse quello che realmente sognavo. È andata meglio così, neanche il vostro tempo mi piace.
Posso immaginarlo. Eri consapevole del tuo destino?
M: Ho cominciato a realizzare che ce ne stavamo andando per non tornare quando ci ammassarono dentro quel vagone. Prima abbiamo commesso l’errore di ignorare gli eventi, colpa della nostra giovane età. Eravamo molto all’avanguardia qui a casa Finzi-Contini! Vi abbiamo preceduto ad irresponsabilità e non possiamo ancora nasconderci dietro la scusa dell’età, perché eravamo adulti, laureati, avevamo gli strumenti, se non per fermare, quanto meno evitare la catastrofe. Mi manca la mia famiglia e sto qui e l’attendo.
Micol, sei consapevole di non essere realmente qui?
M: Sì, lo sono. Ma il mio cuore è qui che ha riportato la mia anima, per restituirla a questo luogo, a Giorgio e alleviare la sua pena. Sotto le gelide terre di Polonia è rimasta solo una carcassa, solo materia. La mia essenza vive e va bene così.
Giorgio mi ha impressa nelle sue pagine e mi ha resa immortale e felice, il nostro bel ricordo. Vivo sospesa tra i sommersi e le ceneri e i sopravvisuti; vivo sospesa tra i loro lamenti, ingenua e indifferente come allora. Voi, però, ascoltateli e con loro quelli di chi è venuto e di chi verrà. Si son tappati gli occhi e le orecchie gli altri, lavandosene le mani e trovandosi smarriti tanto quanto chi ce l’ha fatta e chi ha lottato. Non servono guerre, sangue, rivoluzioni. Basta riflettere; basta saper voltarsi; basta osservare e ragionare; basta non dimenticare!
Se ne vanno Giorgio e Micol verso le biciclette. Altri ragazzi li aspettano. Corrono liberi ora, sereni tra gli alberi di quel giardino dei Finzi-Contini, dissolvendosi nello spazio, rimando, come gli altri, impressi nel tempo.
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